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MY SOCIETY
Performance 2004

In My Society, suggestiva quanto inquietante performance, ritorna la lucida e tagliente critica alla crisi della comunicazione. Due sagome anonime, sono inginocchiate una di fronte all’altra ai lati di un telo bianco steso a terra; davanti a loro due macchine da scrivere con le quali interagiscono digitando frasi. Uomini-fantocci, ombre lontane divenute automi, apparentemente asettici e insensibili al mondo esterno, compiono gesti e azioni uguali e alternate, ritmate dall’ossessivo pulsare del battito di un cuore che li accompagna. Il bianco e il nero si succedono regolari: due poli estremi di una vasta gamma di colori in uno spazio essenziale. Sul fondo, l’audio ci fa udire diversi suoni che ci riportano alla quotidianità: squilli di telefono a cui non segue risposta, fabbriche, catene di montaggio che scandiscono i loro movimenti automatizzati e ripetitivi, contrapposti al suono della natura che a volte tenta il sopravvento. Uomini svuotati e consapevoli dell’artificiosità della vita, si muovono in un mondo-spettacolo, compiendo azioni teatrali che poco significano se non la paura di non ritrovarsi più e di aver perso per sempre la propria identità. Frasi scritte quali: Voglio abbandonare lo spettacolo, C’è qualcuno che si ricorda di me o ancora Mi chiedo cosa userò per riempire questi spazi vuoti sono “coltelli nelle piaghe della realtà quotidiana”. I loro corpi, avvolti da sterili uniformi bianche, sono lontani se pur vicini, non sentono più e si chiudono progressivamente in loro stessi, entro i limiti di una maschera che indossano per inscenare ogni giorno il ruolo che la vita gli ha concesso. L’accento cade anche sul tema della superficialità: Se vuoi scoprire cosa c’è dentro questi occhi freddi devi solo cercare oltre la maschera. La superficialità, l’indifferenza, “l’indossare una maschera”, limita e stravolge i nostri sensi, le nostre emozioni, la nostra identità vera, inducendoci a diventare asettici involucri, spettatori di un mondo che non si vive ma si occupa solamente. Ancora una volta i due artisti indagano sulla triste realtà ed il malessere che ci accompagna e ancora una volta la frase scritta Mi chiedo se sono stato colpevole di questa realtà ci vuol far riflettere sul nostro ruolo nel mondo, sul dentro e il fuori, sui valori dell’uomo.

- Barbara Vincenzi

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